


Giornalista, conduttore televisivo, inviato della Rai, nonchè grande appassionato di montagna. Paolo Giani non è la prima volta che fa parte del team di una spedizione alpinistica: in passato infatti, ha partecipato a progetti come Overland e K2-2004. Ora è pronto per una sfida completamente nuova: in Himalaya, sulla montagna più alta del mondo.
Neanche a dirlo sei un appassionato di montagna. Come è nata questa passione?
Una passione nata grazie ai miei genitori, che fin da piccolo mi hanno abituato alla montagna d'estate, alle "pedule", ai pantaloni alla zuava, ai rifugi, ma soprattutto mi hanno trasmesso un grande amore e un grande rispetto per questi posti fatati. Mia madre, in gioventù, era un'alpinista neanche tanto male. Mi raccontò un giorno di aver fatto la "sud" della Marmolada che era già incinta del sottoscritto (e si beccò giustamente un bel ceffone dalla guida quando glielo disse, una volta in cima). A casa conservo ancora una mia foto in braccio al grande Cesare Maestri quando avevo pochi mesi. Più predestinato di così...
Come ti stai preparando a questa spedizione?
Soprattutto mentalmente, perchè per "entrare" bene in un'esperienza del genere mi devo liberare di tutte le scorie della vita cittadina. Ovviamente sto cercando di mantenermi in forma il più possibile, ma credo che camminare per lunghe ore - toccando ferro - per ora non sia un problema...è una delle cose che mi piace più nella vita.
Il tuo rapporto con EvK2Cnr è di lunga data. Cosa ti ha spinto ad unirti a questa nuova impresa?
Sicuramente il fascino del luogo, l'Everest, e poi l'estremo interesse per l'impresa scientifico-alpinistica. Ma a "pari merito" ci metto anche l'amicizia e la stima che nutro per Agostino Da Polenza e tutto lo staff di EvK2Cnr, e l'aver visto come si lavora, con quanta serietà e cura per i dettagli, con quale entusiasmo, con quale rispetto per le persone. Sono cose fondamentali.
Il mondo della montagna e quello della ricerca scientifica non sono facili "oggetti della comunicazione". Secondo la tua esperienza vale ancora la pena di parlare di montagne e di scienza?
Non solo vale la pena parlare ancora di montagne e di scienza, ma bisognerebbe parlarne di più! In un Paese come l'Italia, questa specie di portaerei protesa in mare verso l'Africa, la cultura della montagna non è diffusissima. Diciamo che sono molto più i "marinai" dei montanari ( ovviamente tralascio il fenomeno di massa delle settimane bianche, che non c'entra nulla con il nostro discorso). Ebbene, questa è una sfida stimolante: cercare non dico di invertire questo trend, ma almeno di pareggiarlo. Uno dei miei impegni sarà proprio quello di stimolare dall'interno una grande azienda culturale come la Rai, affinchè lo splendido mondo della montagna, con i suoi valori, i suoi usi e le sue bellezze, sia valorizzato maggiormente. Abbiamo le montagne probabilmente più belle del mondo (sicuramente "tra" le più belle) e non vogliamo valorizzare questo patrimonio, anche se tre quarti dei nostri confini sono una spiaggia? Stesso discorso per la ricerca scientifica: spesso l'Italia si pone su posizioni di autentica eccellenza, basta vedere l'attività di EvK2Cnr. Eppure non sempre questi grandi risultati vengono fatti conoscere con il doveroso risalto. Guardate che fine sta facendo il progetto nazionale per la ricerca in Antartide...
Il binomio montagne ricerca scientifica, se una volta risultava sconosciuto ai più, oggi giorno ha assunto una nuova valenza, anche grazie ad una recente affermazione del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon, quali indicatori privilegiati degli effetti dei cambiamenti climatici.
Su questo non aggiungo nulla, tanto sono ovvie le conclusioni cui è giunto anche l'Onu. Credo sia difficile azzardarsi ad affermare il contrario. Dico solo che quando riesco a fuggire dalla città, da un mondo inquinatore che ci sta rovinando il clima, e ho la fortuna di essere in un bosco, ai piedi di qualche montagna, e mi godo stupefatto il silenzio e i profumi, penso sempre: " meno male che questo posto esiste; finchè ci sarà un posto così dove rifugiarsi, il mondo avrà ancora una speranza".